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Non basta il prestigioso nome di Umberto Eco...
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Non basta il prestigioso nome di Umberto Eco per tramettere il valore dell'architettura se non la si vive in prima persona.

E' quanto sostengono Rinangelo Paglieri e Nadia Pazzini nel loro ultimo libro  ROMA: NEL CHIOSTRO DEL BRAMANTE. L’archivolto negato. La (ri)scoperta del metodo.

Si legge infatti nella PREFAZIONE:

"E’ risaputo che quando si scrive un saggio l’autore non vi può mettere mano senza avere consultato preventivamente le pubblicazioni scientifiche esistenti sull’argomento. E’risaputo altresì che le ricerche bibliografiche sono di fondamentale importanza per apprendere l’aggiormamento degli studi, sempre in costante divenire, soprattutto su temi come quello da noi affrontato che ha per oggetto l’architettura in quanto tale.
E’ forse meno noto che colui che osserva un’opera d’arte architettonica, non importa se privo di una qualsiasi conoscenza dell’argomento, è portato inconsciamente a ricreare nella sua mente -anche in relazione alla sua personale espressività- tutto il processo creativo pertinente all’architetto che l’ha progettata, la quale proprio perché si manifesta con forme materiche, riesce a trasmettere in noi l’essenza di se stessa in quanto è stata capace di risolvere nella sua unità espressiva problemi di ordine economico, statico, funzionale, distributivo e sociale che concorrono, ognuno con le proprie esigenze a vivificarla.
E’ forse ancor meno noto, seppure apparentemente banale, che le vere architetture, esprimendo concretezza di se stesse e quindi dell’uomo in quanto tale, fanno nascere in noi quell’emozione estetica che, essendo fatto spirituale, esprime il senso umano dell’architettura.
Inoltre è poco risaputo che tra gli stili architettonici, intesi come regola dell’azione e quindi del fare artistico,  quello classico è il solo che può essere elevato a modello del fare universale in quanto interprete perenne dell’umanità.
E’ solo lo stile classico, infatti, che accomunando l’uomo alla natura e coagulando in una unica realtà il sentimento e l’azione, l’interiorità e l’esteriorità può mantenere viva la sua creatività, riproponibile anche nel nostro tempo, come prova il sentimento-ragionamento del fare bramantesco,  che  speriamo di aver sufficientemente dimostrato affrontando lo studio del convento di Santa Maria della Pace oggetto del nostro discorso.
Ad onor del vero la bibliografia che è stata consultata in questo specifico caso concreto non si è dimostrata all’altezza delle nostre aspettative, a parte il pur fondamentale studio di Arnaldo Bruschi sull’opera archiettonica del Bramante (1973), in cui lo studioso riserva ampio spazio all’esame del chiostro romano, ma tutto ciò che ne è seguito, tanto per rimanere sempre nel campo della bibliografia -anche quella recentissima divulgativa e non- accoglie sostanzialmente quelle tesi come se fossero state elevate a modello paradigmatico del convento fors’anche perché da una prima lettura esse appaiono inconfutabilmente pertinenti e/o perché la difficoltà di leggere autonomamente un’architettura di quel valore comporta, verso i lettori e verso se stessi, una responsabilità che non tutti si sentono di assumere.
Ma nel nostro caso, la nutrita e originale bibliografia personale frutto di quasi quarant’anni di studi e di ricerche, ha certo servito da volano a far accrescere in noi quel quid di autostima necessario per poterci confrontare alla pari, o quasi, con quanti hanno intrapreso una brillante carriera universitaria. Teniamo particolarmente a sottolineare questo aspetto perché lo scrivere di architettura, in Italia, sembra essere riservato al mondo accademico, pare il solo depositario del sapere architettonico. In questo regime di monopolio, infatti, sono sempre i soliti professori a intervenire nei contesti ufficiali, i quali quando pubblicano nei cataloghi o negli atti con personali contributi sembra, questa è l’opinione che ci siamo fatti leggendo i loro pur interessanti saggi, che possano tralasciare di consultare e quindi di citare nella bibliografia i testi di chi non ha beneficiato dell’imprimatur di quel gruppo di docenti che detiene, di fatto, le chiavi del nostro sapere: interpretazione la nostra forse un po’ di comodo  perché ci rifiutiamo di credere che i docenti non siano sufficientemente aggiornati su ciò che è stato scritto sull’argomento da essi trattato.
Sappiamo, fin troppo bene che i saggi di architettura sono nella maggior parte dei casi illustrati al meglio, nonostante gli elevati costi di stampa ma non avendo, in genere, un profittevole mercato commerciale nella norma vengono finanziati dalle stesse università o da altri enti, quindi con denaro prevalentemente  pubblico, secondo rigidi criteri meritocratici.
Questo tipo di concezione della cultura architettonica (intesa in senso lato) di fatto ha contribuito a impoverire quel sapere sgorgante di vita che fin dalle sue origini antichissime, vitruviane ci piace scrivere, è stato la linfa della sua conoscenza. L’azione umana, quella consapevole e soggettiva, infatti, è la sola che può in verità, in certi ambiti come il nostro, rivitalizzare un campo così essenziale all’uomo come è lo studio dell’architettura. Sappiamo, infatti, che il sentire l’architettura è parte di noi stessi perché l’opera d’arte architettonica non è mai fine a se stessa ma fa parte dell’ambiente in cui è stata inserita.
Il contatto dell’architetto, dello studioso o dell’occasionale osservatore con l’opera architettonica, non può essere deciso a tavolino, perché esso è un atto di intimità individuale, forse di amore, per quell’amore che sa scaturire dalle sue forme plastiche intrise sino all’inverosimile di sentimento, che ci permettono di rivivere quelle precedenti esperienze, tanto più sentite  quanto più forte è stata la capacità del comunicare del suo autore. Tutto ciò per far presente ai nostri lettori che l’incontro con il chiostro di Santa Maria della Pace e con il Bramante non è stato premeditato, “pianificato con rigide procedure metodologiche di approccio sulla base di studi teorici di fattibilità” -anche se, è vero, da tempo eravamo alla ricerca di un edificio emblematico per sottoporre a verifica il metodo progettuale antico- ma è stato uno spontaneo moto dell’animo, vorremmo poter dire un’attrazione, un forte richiamo nel momento in cui ci siamo trovati, dopo moltissimi anni, a transitare nelle sue vicinanze.
Sino ad allora le nostre conoscenze si limitavano ai contributi del Bruschi e del Benevolo che riprendeva nella sua Storia le tesi espresse dal suo collega universitario e nulla più. Forse non era poco se già potevamo fregiarci di queste conoscenze assimilate ai tempi dell’univeristà, ma nel rinnovato incontro e, trovandoci in un’età di maturità come studiosi, in seguito ai quasi trentennali studi sul concetto di archivolto, avvertimmo l’esigenza di (ri)guardare con occhi nuovi la sua architettura.         
Ecco quindi che le risultanze dei nostri sforzi mentali hanno trovato, in queste pagine la loro concretezza essendo riusciti a tradurre, secondo la nostra opinione, il procedimento del fare architettura universale che nel convento di Santa Maria della Pace si è rivelato a noi come un vero testo di architettura, perché non solo depositario del sapere progettuale bramantesco ma dell’intera civiltà occidentale.
Il convento tra l’altro, a quanto ne sappiamo, è l’unico edificio del Bramante, realizzato a Roma, rimasto e portato a compimento, conservatosi miracolosamente intatto in ogni sua parte nel corso di cinque secoli e nove anni della sua esistenza, se non consideriamo in negativo la macroscopica sopraelevazione settecentesca sul lato di via Arco della Pace.
Tuttavia questo traguardo, da noi particolarmente ambito, si è potuto raggiungere solo dopo aver (ri)percorso con i nostri criteri metodologici il fare dei Greci, quello dei Romani e quello del Rinascimento in cui gli atteggiamenti spontanei di vita di quelle epoche si riconoscono e si individuano nello stile classico che risulta dunque, come peraltro è noto, essere il comune denominatore  di questo sentire l’architettura, come abbiamo già ricordato, in quanto intrisa e pervasa dall’inossidabile rapporto uomo-matura che la rende eterna.
Questo studio, comunque, non si sarebbe potuto portare a compimento senza prima aver proposto ai lettori il concetto di archivolto, la vera chiave di volta di tutta la nostra costruzione dell’architettura, perché la contradittorietà espressa dall’ordine che inquadra l’arco, mai indagata a fondo prima di noi, venne risolta, col processo coerente del fare (il metodo progettuale degli antichi romani della prima età imperiale), proponendo l’archivolto in modo che l’impiego contemporaneo  delle due strutture tradizionali -il sistema ad arco con quello trilitico- si risolve in un’unica e indissolubile composizione architettonica intimamente connessa in ogni sua parte. Ma la nostra lettura del chiostro sarebbe rimasta incompleta se non avessimo cercato di risolvere la differenza esistente tra un arco romano e un arco rinascimentale, che, come verrà riportato, sono sensibilmente diversi tra loro per il modo di sentire la materia, e ancora non avremmo potuto procedere sino in fondo senza aver chiarito la sensibile differenza esistente tra la decorazione e il linguaggio -peraltro già posta in evidenza nello studio sull’archivolto- due aspetti differenti dello stesso problema peraltro anch’esso mai affrontato dalla critica architettonica. Per metterci alla prova abbiamo anche fatto a meno del supporto fotografico così come Leon Battista Alberti nel suo De re aedificatoria fece, rinunciando all’ausilio dei disegni: Secondo la tradizione la divinità di Mercurio si manifestava soprattutto in ciò, che riusciva a farsi comprendere alla perfezione esprimendosi con sole parole e senza far segni con le mani. La stessa cosa cercheremo di fare noi per quanto possibile, pur dubitando di riuscire nll’intento.
Questo modo di affrontare lo studio dell’architettura ci ha portato lontani dalle conclusioni di Arnaldo Bruschi al quale tuttavia abbiamo attinto anche per verificare e provare l’attendibilità del nostro metodo. Su molti punti non ci siamo trovati concordi ma questo è forse l’aspetto più interessante degli studi sull’architettura, mai conclusi ed anzi sempre in continuo divenire per l’apporto di nuovi contributi. Certo è che il nostro fare architettura sotto certi aspetti si identifica con l’atto progettuale medesimo nel quale il Bruschi peraltro ha cercato di calarsi, senza però riuscirci appieno, trattando del metodo bramantesco, perché nella sua preparazione culturale, non ha trovato posto, prima di tutto, il concetto oggettivo di archivolto.
Non vogliamo in questa prefazione anticipare i nostri riscontri sull’analisi fatta dal Bruschi sul chiostro, per far presenti, in qualche modo, le nostre conclusioni, le quali saranno apprese dal lettore attento, pagina dopo pagina, sino al termine del discorso.
La fine di questo saggio, come si avrà modo di leggere, dovrebbe portare a risultati comunque interessanti e speriamo, in questo caso, definitivi (ma è solo un auspicio) perché il nostro lavoro intellettuale si è anche differenziato da quello del Bruschi  per aver proposto una lettura dell’opera bramantesca lontana dagli schemi rigidamente accademici. Tuttavia non ci lasciano indifferenti le eccellenti opinioni -che in parte collimano con le nostre- sulle sue tesi espresse da Franco e Stefano Borsi nel loro lavoro su Bramante pubblicato per i tipi dell’ Electa nel 19898.
Prima di concludere questa prefazione al discorso riteniamo necessario commentare alcune descrizioni sul chiostro che ci sono servite prima di scrivere per mettere a fuoco nel dettaglio l’argomento, così come è stato affrontato da altri studiosi, peraltro quasi tutti debitori del Bruschi  anche quelli di recentissima pubblicazione.
Manfredo Tafuri, aderisce senza condizioni alla teoria dei quattro ordini proposta dal Bruschi.
Invece ci stupisce assai la posizione espressa sul chiostro, che però chiama cortile, da Carlo Perogalli che pure abbiamo avuto modo di apprezzare come docente di Caratteri costruttivi dei monumenti, il quale nella sua Architettura italiana, non va al di là di una semplice citazione.
Altri studiosi internazionali, invece, come Nikolaus Pevsner e André Chastel cadono in descrizioni generiche emotivamente poco partecipate.
Tutti tentativi di sintesi di prestigiosi autori che tuttavia rimangono sterili in se stessi perché sappiamo che la sintesi è frutto di ciò che si conosce a fondo.
Peraltro, anche gli ultimi scritti divulgativi sul chiostro non sfuggono dalla “regola” che pretende di descriverlo estrapoladolo dal suo insieme, ma nel contempo essi ci danno la misura di quanto sia complesso trasmettere l’architettura se non la si vive in prima persona: non basta quindi il prestigioso nome di Umberto Eco, come curatore dell’opera, per dar valore a quanto scrive (alla pagina 510), nel dodicesimo volume de Il Medioevo (2009) dedicato al Quattrocento. Arti visive e musica, per la Biblioteca di Repubblica-L’espresso Ferruccio Canali, il quale sostiene immotivatamente che le colonne alternate ai pilastri sono prive di ogni carico strutturale.
Più equilibrato secondo il nostro giudizio, il testo di Sonia Servida, nel nono volume di Storia dell’architettura dedicato al Rinascimento (2009) anch’esso per la Biblioteca di Repubblica-L’espresso, che ha curato i testi dell’intero volume, la quale, a pagina 79, afferma che l’opera bramantesca è simmetrica e biassiale. 
Facciamo solo notare che la colonnina, contrariamente a quanto è stato scritto dal Canali, esercita invece una essenziale funzione portante e che i termini simmetrico e biassiale, per qunto concerne il testo della Servida, richiederebbero riflessioni più appropriate perché gli assi in realtà sono negati dalla presenza  dei pilastri. Ma entrambe sono descrizioni di sintesi che si rifanno a contributi precedenti di altri autori come quello redatto da Stefano Borsi nel saggio testé citato nella scheda relativa alla chiesa di Santa Maria della Pace.
Pur tuttavia tutto ciò non pregiudica la bontà dei progetti editoriali che si prefiggono di offrire ai lettori, non specialistici, un valido spaccato della cultura artistica non solo italiana.
Comunque i nostri benevoli rilievi non saranno mai equiparabili in negativo a quanto scrisse Bruno Zevi a proposito di Bramante, sul cui testo riportato non riteniamo di dover fare, per ovvi motivi, alcun commento, anche perché tanto basterebbe a rendere completamente inutile la nostra fatica, infatti egli sostiene che il Bramante, giunto a Roma, si trasforma da artista in impresario ricercando convulsamente modelli antichi cui aggrappare le proprie immagini mancando in lui un vero linguaggio tanto che abbonda un fare sordo, e perciò non persuasivo." (...).
 
Una supplica al Sindaco di Roma Gianni Alemanno
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Nel libro di Rinangelo Paglieri e Nadia Pazzini ROMA: NEL CHIOSTRO DEL BRAMANTE. L’archivolto negato. La (ri)scoperta del metodo, dedicato in modo assai inconsueto “A colui che ideò con coerenza progettuale l’Arco di Augusto a Fano a duemila anni dalla  sua costruzione” ossia a quell’ignoto architetto romano che costruì con coerenza del fare architettura un’opera emblematica, è contenuta una supplica al Sindaco di Roma Gianni Alemanno “affinché si adoperi per far inserire il complesso architettonico di Santa Maria della Pace nei monumenti considerati patrimonio dell’umanità, visto che, dopo l’ormai lontano lamento (1970) di Cesare Brandi: “Vederci ora le automobili in sosta, è una vergogna (…). La piazza li contiene come calcoli dolorosi”, quei calcoli dolorosi sono stati finalmente rimossi.
Oggi, in verità, la tendenza è quella di proteggere oltre ai singoli monumenti, anche l’intero paesaggio storico urbano nel suo complesso. Entro il 2011, infatti, l’UNESCO auspica l’approvazione di una Carta sulla salvaguardia e il ruolo contemporaneo delle aree storiche come riportato da Lodovico Folin Calabi del Centro del patrimonio mondiale dell’UNESCO in un interessante articolo del Giornale dell’architettura del mese di ottobre 2009.
E’ proprio con questo desiderio che il saggio di Paglieri e Pazzini prende avvio con un incipit tratto  da uno scritto di Saverio Muratori: “Ciò che si avverte della presenza di un’opera di vera architettura è un fatto innegabile: il sentimento, l’emozione estetica. Per essa l’architettura diviene fatto che trascende gli interessi delle singole categorie degli architetti e dei critici e che vive della vita stessa di tutti gli uomini".

 
Il nuovo libro di Rinangelo Paglieri e Nadia Pazzini ROMA: NEL CHIOSTRO DEL BRAMANTE
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Il nuovo libro di Rinangelo Paglieri e Nadia Pazzini ROMA: NEL CHIOSTRO DEL BRAMANTE. L’archivolto negato. La (ri)scoperta del metodo è un coraggioso e intenso viaggio contro corrente nella vera architettura che fornisce le basi sicure per la progettazione architettonica contemporanea.
E’ un saggio sulla storia del fare architettura che dall’analisi delle opere del passato fa riscoprire il metodo  per una corretta progettazione, ossia realizzare “vere architetture”  capaci di far nascere “in noi quell’emozione estetica che, essendo fatto spirituale, esprime il senso umano dell’architettura”.
Il libro è suddiviso in tre capitoli preceduti da una premessa e seguiti da una postfazione.
I capitoli sono stati concepiti secondo la logica dell’opera architettonica che si esplicita nella base di appoggio, nell’elevazione, che è maggiormente percepibile e perciò è stata suddivisa in due parti, e infine nella definizione volumetrica a conclusione dell’individuo progettato.
Scritto con uno stile tutto sommato fluido nonostante la complessità dell’argomento trattato, il testo è ricco di note usate non tanto per approfondire il discorso ma essenzialmente sia per citare le fonti  sia per dovere morale nei confronti degli autori di quegli scritti  scientifici e non ai quali Paglieri e Pazzini hanno attinto e dei quali si sono serviti ora per avvalorare le proprie tesi ora per confutare le loro, tutto comunque senza lo spirito di animosità che oggi si riscontra assai di frequente.
Il libro fa parte della collana editoriale di Ennepilibri denominata npl-i grandi temi dell’architettura e si compone di 198 pagine, con prezzo di copertina di euro 14.90.
Può essere acquistato direttamente tramite il sito www.ennepilibri.it o con e-mail Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo   senza aggravi sul prezzo di copertina delle spese postali, oppure presso qualsiasi libreria che ne faccia richiesta alla casa editrice.
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