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Scritto da Pierluigi Casalino
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Una delle immagini simbolo dell’estate artistica mondiale del 2006 è stato l’orinatoio di Duchamp, alle cui opere Parigi ha dedicato una mostra. La foto del lavoro dell’Autore ha fatto il giro del mondo e ha certamente fornito l’occasione di un revival in molte città dell’oggettistica igienico-sanitaria e della sua evoluzione nella Storia. Interessante, in proposito, è stata una galleria di elaborazioni del genere proposta da un museo di Mosca all’attenzione dei visitatori, che ripercorre gli itinerari storici delle mode di toilettes, waters o simili nelle terre russofone e dintorni.
Qualche anno fa a Seul, in Corea, in occasione e a margine di un convegno di studi filosofici, si era avuto modo di confrontare il grado di meditazione e riflessione della frequentazione del bagno turco e di quello confuciano, cioè quello che è, in fondo, assimilabile al tipo di “vespasiano” più noto nella storia dell’igiene pubblica dell’Occidente. Le problematiche legate al rapporto tra l’uomo e i modi di espletare le proprie funzioni fisiologiche risalgono alla notte dei tempi. In un certo senso hanno scandito i tempi della civiltà. Così come l’uomo è ciò che mangia, secondo una fortunata frase coniata da un filosofo celebre, anche tali funzioni e la rappresentazione di esse nel corso della millenaria vicenda umana costituiscono un punto di riferimento per comprendere la psicologia dei popoli.
L’interpretazione della fenomenologia complessa dell’agire umano non può prescindere dall’insieme delle risposte che le diverse culture danno ad aspetti ritenuti troppo spesso secondari. La ritrovata presa di coscienza di questi ultimi elementi è un segno dei tempi. Come è un segno dei tempi l’atto vandalico commesso nei confronti dell’opera di Duchamp. |
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Scritto da Pierluigi Casalino
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E’ un bel film e non si pensava anche così serio. L’Autore, Kim Rossi Stuart, è alla prima esperienza da regista, ma sembra sia già un veterano. Star della televisione e del cinema, come attore di serial fortunati, che lo hanno visto interprete di ruoli da protagonista come quella recente di Julien Sorel ne “Il rosso e il nero”, approda ora alla carriera del cineasta. “Libero” è il ritratto sensibile di un ragazzino che cresce in una famiglia divisa nello scenario dell’Italia contemporanea: suo padre lo vuole trasformare in un campione di nuoto, ma Tommi, il giovane eroe del film, sogna di giocare a calcio. Il titolo del lavoro di Rossi Stuart è già tutto un programma, per i contenuti e la filosofia che lo ispira. Al desiderio del padre, Renato, di lanciare il figlio verso il successo e la notorietà in seno ad un collettivo armonioso e con compiti di prima grandezza, si oppone l’aspirazione di Tommi di svolgere un ruolo più anonimo, quello del “libero” in una squadra di football. Da difensore centrale Tommi si incarica di assicurare, in modo ingrato, l’ultima barriera nel reparto arretrato, proprio davanti al portiere. E’ un diverso ideale di vita rispetto a quello di Renato, che cerca la ribalta e non può immaginare di ricoprire, attraverso il figlio, una parte da gregario. Contrariamente al genitore, disperso in mille interessi divergenti,Tommi è maturato in fretta e nella sua solitudine di incompreso rappresenta l’Italia di oggi, tra scelte difficili e sogni irraggiungibili. Kim Rossi Stuart con “maestria e delicatezza” affronta la crisi di un Paese, che ha perso le sue radici e non si riconosce più nelle sue virtù. L’eroe di “Libero” è sicuramente questo personaggio timido e schivo, interpretato da un magistrale Alessandro Morace, che, nonostante la giovanissima età, costituisce una risorsa straordinaria in un film, che fin d’ora può considerarsi un capolavoro. L’arte di Rossi Stuart, segnata da tormenti autobiografici, si ricollega al filone classico della cinematografia italiana, nella quale si è distinto come attore. In lui si colgono tracce di Mauro Bolognini, di Gianni Amelio e di Luigi Comencini, soprattutto nel fare appello ai sentimenti e non a quelle che proprio Comencini chiamava le “grandi menzogne”.
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Scritto da Renato Silvio Mortera
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“Sono felice di aver scritto per primo il mio libro. Altrimenti sarei stato accusato di plagio.”, afferma Tom Egeland a Kaja Korsvold in un’intervista del 2004 sulle somiglianze tra il suo lavoro ed il codice Da Vinci di Dan Brown.
Il cerchio si chiude, pubblicato in Italia nel 2005 da Bompiani, esce in Norvegia a Pasqua del 2001 e rimane entro i confini nazionali fino al 2003 quando il successo del tanto discusso codice porta alla ribalta gli argomenti a sfondo religioso e ne permette la pubblicazione in tutto il mondo.
La trama segue l’andamento tipico di un giallo, tuttavia non è presente alcun crimine. Nell’antico monastero di Vaerne, donato nel 1100 ai Cavalieri di San Giovanni, una squadra di archeologi guidata dall’eminente professor Llyleworth lavora per portare alla luce i resti di un’antica fortezza. Durante gli scavi viene ritrovato un misterioso scrigno che il professore si affretta ad occultare e portar via.
Quando si accorge di non essere stato reso partecipe della scoperta, l’albino BjØrn BeltØ, responsabile della collezione oggetti antichi del Museo di Oslo, si getta all’inseguimento di una spiegazione e della verità nascosta dietro il tranquillo monastero, trovandosi catapultato in tutta Europa attraverso segreti antichissimi in grado di cambiare il mondo.
“Ma Dan Brown ha copiato?” chiede il settimanale Panorama.
Difficile rispondere, soprattutto perché il contesto nei due romanzi è differente, come differente è il taglio narrativo, accademico alla James Bond per il codice Da Vinci e preciso e a bassa voce per il cerchio si chiude. Certamente le fonti storiche sono le medesime anche se vengono usate a scopi diversi.
Rimane, quindi, prerogativa del lettore discernere l’originalità di ciascun libro ed appassionarsi alla lettura finché ogni cerchio si chiude.
Tom Egeland, Il cerchio si chiude, Bompiani, 2005, pp 446, euro 18
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