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		<title>Joomla! powered Site</title>
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		<title>Powered by Joomla!</title>
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		<title>Non basta il prestigioso nome di Umberto Eco...</title>
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		<description>Non basta il prestigioso nome di Umberto Eco per tramettere il valore dell&amp;#39;architettura se non la si vive in prima persona. E&amp;#39; quanto sostengono Rinangelo Paglieri e Nadia Pazzini nel loro ultimo libro  ROMA: NEL CHIOSTRO DEL BRAMANTE. L&amp;rsquo;archivolto negato. La (ri)scoperta del metodo.Si legge infatti nella PREFAZIONE: E&amp;rsquo; risaputo che quando si scrive un saggio l&amp;rsquo;autore non vi pu&amp;ograve; mettere mano senza avere consultato preventivamente le pubblicazioni scientifiche esistenti sull&amp;rsquo;argomento. E&amp;rsquo;risaputo altres&amp;igrave; che le ricerche bibliografiche sono di fondamentale importanza per apprendere l&amp;rsquo;aggiormamento degli studi, sempre in costante divenire, soprattutto su temi come quello da noi affrontato che ha per oggetto l&amp;rsquo;architettura in quanto tale. E&amp;rsquo; forse meno noto che colui che osserva un&amp;rsquo;opera d&amp;rsquo;arte architettonica, non importa se privo di una qualsiasi conoscenza dell&amp;rsquo;argomento, &amp;egrave; portato inconsciamente a ricreare nella sua mente -anche in relazione alla sua personale espressivit&amp;agrave;- tutto il processo creativo pertinente all&amp;rsquo;architetto che l&amp;rsquo;ha progettata, la quale proprio perch&amp;eacute; si manifesta con forme materiche, riesce a trasmettere in noi l&amp;rsquo;essenza di se stessa in quanto &amp;egrave; stata capace di risolvere nella sua unit&amp;agrave; espressiva problemi di ordine economico, statico, funzionale, distributivo e sociale che concorrono, ognuno con le proprie esigenze a vivificarla. E&amp;rsquo; forse ancor meno noto, seppure apparentemente banale, che le vere architetture, esprimendo concretezza di se stesse e quindi dell&amp;rsquo;uomo in quanto tale, fanno nascere in noi quell&amp;rsquo;emozione estetica che, essendo fatto spirituale, esprime il senso umano dell&amp;rsquo;architettura.  Inoltre &amp;egrave; poco risaputo che tra gli stili architettonici, intesi come regola dell&amp;rsquo;azione e quindi del fare artistico,  quello classico &amp;egrave; il solo che pu&amp;ograve; essere elevato a modello del fare universale in quanto interprete perenne dell&amp;rsquo;umanit&amp;agrave;.  E&amp;rsquo; solo lo stile classico, infatti, che accomunando l&amp;rsquo;uomo alla natura e coagulando in una unica realt&amp;agrave; il sentimento e l&amp;rsquo;azione, l&amp;rsquo;interiorit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;esteriorit&amp;agrave; pu&amp;ograve; mantenere viva la sua creativit&amp;agrave;, riproponibile anche nel nostro tempo, come prova il sentimento-ragionamento del fare bramantesco,  che  speriamo di aver sufficientemente dimostrato affrontando lo studio del convento di Santa Maria della Pace oggetto del nostro discorso.  Ad onor del vero la bibliografia che &amp;egrave; stata consultata in questo specifico caso concreto non si &amp;egrave; dimostrata all&amp;rsquo;altezza delle nostre aspettative, a parte il pur fondamentale studio di Arnaldo Bruschi sull&amp;rsquo;opera archiettonica del Bramante (1973), in cui lo studioso riserva ampio spazio all&amp;rsquo;esame del chiostro romano, ma tutto ci&amp;ograve; che ne &amp;egrave; seguito, tanto per rimanere sempre nel campo della bibliografia -anche quella recentissima divulgativa e non- accoglie sostanzialmente quelle tesi come se fossero state elevate a modello paradigmatico del convento fors&amp;rsquo;anche perch&amp;eacute; da una prima lettura esse appaiono inconfutabilmente pertinenti e/o perch&amp;eacute; la difficolt&amp;agrave; di leggere autonomamente un&amp;rsquo;architettura di quel valore comporta, verso i lettori e verso se stessi, una responsabilit&amp;agrave; che non tutti si sentono di assumere. Ma nel nostro caso, la nutrita e originale bibliografia personale frutto di quasi quarant&amp;rsquo;anni di studi e di ricerche, ha certo servito da volano a far accrescere in noi quel quid di autostima necessario per poterci confrontare alla pari, o quasi, con quanti hanno intrapreso una brillante carriera universitaria. Teniamo particolarmente a sottolineare questo aspetto perch&amp;eacute; lo scrivere di architettura, in Italia, sembra essere riservato al mondo accademico, pare il solo depositario del sapere architettonico. In questo regime di monopolio, infatti, sono sempre i soliti professori a intervenire nei contesti ufficiali, i quali quando pubblicano nei cataloghi o negli atti con personali contributi sembra, questa &amp;egrave; l&amp;rsquo;opinione che ci siamo fatti leggendo i loro pur interessanti saggi, che possano tralasciare di consultare e quindi di citare nella bibliografia i testi di chi non ha beneficiato dell&amp;rsquo;imprimatur di quel gruppo di docenti che detiene, di fatto, le chiavi del nostro sapere: interpretazione la nostra forse un po&amp;rsquo; di comodo  perch&amp;eacute; ci rifiutiamo di credere che i docenti non siano sufficientemente aggiornati su ci&amp;ograve; che &amp;egrave; stato scritto sull&amp;rsquo;argomento da essi trattato. Sappiamo, fin troppo bene che i saggi di architettura sono nella maggior parte dei casi illustrati al meglio, nonostante gli elevati costi di stampa ma non avendo, in genere, un profittevole mercato commerciale nella norma vengono finanziati dalle stesse universit&amp;agrave; o da altri enti, quindi con denaro prevalentemente  pubblico, secondo rigidi criteri meritocratici. Questo tipo di concezione della cultura architettonica (intesa in senso lato) di fatto ha contribuito a impoverire quel sapere sgorgante di vita che fin dalle sue origini antichissime, vitruviane ci piace scrivere, &amp;egrave; stato la linfa della sua conoscenza. L&amp;rsquo;azione umana, quella consapevole e soggettiva, infatti, &amp;egrave; la sola che pu&amp;ograve; in verit&amp;agrave;, in certi ambiti come il nostro, rivitalizzare un campo cos&amp;igrave; essenziale all&amp;rsquo;uomo come &amp;egrave; lo studio dell&amp;rsquo;architettura. Sappiamo, infatti, che il sentire l&amp;rsquo;architettura &amp;egrave; parte di noi stessi perch&amp;eacute; l&amp;rsquo;opera d&amp;rsquo;arte architettonica non &amp;egrave; mai fine a se stessa ma fa parte dell&amp;rsquo;ambiente in cui &amp;egrave; stata inserita.  Il contatto dell&amp;rsquo;architetto, dello studioso o dell&amp;rsquo;occasionale osservatore con l&amp;rsquo;opera architettonica, non pu&amp;ograve; essere deciso a tavolino, perch&amp;eacute; esso &amp;egrave; un atto di intimit&amp;agrave; individuale, forse di amore, per quell&amp;rsquo;amore che sa scaturire dalle sue forme plastiche intrise sino all&amp;rsquo;inverosimile di sentimento, che ci permettono di rivivere quelle precedenti esperienze, tanto pi&amp;ugrave; sentite  quanto pi&amp;ugrave; forte &amp;egrave; stata la capacit&amp;agrave; del comunicare del suo autore. Tutto ci&amp;ograve; per far presente ai nostri lettori che l&amp;rsquo;incontro con il chiostro di Santa Maria della Pace e con il Bramante non &amp;egrave; stato premeditato, &amp;ldquo;pianificato con rigide procedure metodologiche di approccio sulla base di studi teorici di fattibilit&amp;agrave;&amp;rdquo; -anche se, &amp;egrave; vero, da tempo eravamo alla ricerca di un edificio emblematico per sottoporre a verifica il metodo progettuale antico- ma &amp;egrave; stato uno spontaneo moto dell&amp;rsquo;animo, vorremmo poter dire un&amp;rsquo;attrazione, un forte richiamo nel momento in cui ci siamo trovati, dopo moltissimi anni, a transitare nelle sue vicinanze. Sino ad allora le nostre conoscenze si limitavano ai contributi del Bruschi e del Benevolo che riprendeva nella sua Storia le tesi espresse dal suo collega universitario e nulla pi&amp;ugrave;. Forse non era poco se gi&amp;agrave; potevamo fregiarci di queste conoscenze assimilate ai tempi dell&amp;rsquo;univerist&amp;agrave;, ma nel rinnovato incontro e, trovandoci in un&amp;rsquo;et&amp;agrave; di maturit&amp;agrave; come studiosi, in seguito ai quasi trentennali studi sul concetto di archivolto, avvertimmo l&amp;rsquo;esigenza di (ri)guardare con occhi nuovi la sua architettura.           Ecco quindi che le risultanze dei nostri sforzi mentali hanno trovato, in queste pagine la loro concretezza essendo riusciti a tradurre, secondo la nostra opinione, il procedimento del fare architettura universale che nel convento di Santa Maria della Pace si &amp;egrave; rivelato a noi come un vero testo di architettura, perch&amp;eacute; non solo depositario del sapere progettuale bramantesco ma dell&amp;rsquo;intera civilt&amp;agrave; occidentale.  Il convento tra l&amp;rsquo;altro, a quanto ne sappiamo, &amp;egrave; l&amp;rsquo;unico edificio del Bramante, realizzato a Roma, rimasto e portato a compimento, conservatosi miracolosamente intatto in ogni sua parte nel corso di cinque secoli e nove anni della sua esistenza, se non consideriamo in negativo la macroscopica sopraelevazione settecentesca sul lato di via Arco della Pace.  Tuttavia questo traguardo, da noi particolarmente ambito, si &amp;egrave; potuto raggiungere solo dopo aver (ri)percorso con i nostri criteri metodologici il fare dei Greci, quello dei Romani e quello del Rinascimento in cui gli atteggiamenti spontanei di vita di quelle epoche si riconoscono e si individuano nello stile classico che risulta dunque, come peraltro &amp;egrave; noto, essere il comune denominatore  di questo sentire l&amp;rsquo;architettura, come abbiamo gi&amp;agrave; ricordato, in quanto intrisa e pervasa dall&amp;rsquo;inossidabile rapporto uomo-matura che la rende eterna.  Questo studio, comunque, non si sarebbe potuto portare a compimento senza prima aver proposto ai lettori il concetto di archivolto, la vera chiave di volta di tutta la nostra costruzione dell&amp;rsquo;architettura, perch&amp;eacute; la contradittoriet&amp;agrave; espressa dall&amp;rsquo;ordine che inquadra l&amp;rsquo;arco, mai indagata a fondo prima di noi, venne risolta, col processo coerente del fare (il metodo progettuale degli antichi romani della prima et&amp;agrave; imperiale), proponendo l&amp;rsquo;archivolto in modo che l&amp;rsquo;impiego contemporaneo  delle due strutture tradizionali -il sistema ad arco con quello trilitico- si risolve in un&amp;rsquo;unica e indissolubile composizione architettonica intimamente connessa in ogni sua parte. Ma la nostra lettura del chiostro sarebbe rimasta incompleta se non avessimo cercato di risolvere la differenza esistente tra un arco romano e un arco rinascimentale, che, come verr&amp;agrave; riportato, sono sensibilmente diversi tra loro per il modo di sentire la materia, e ancora non avremmo potuto procedere sino in fondo senza aver chiarito la sensibile differenza esistente tra la decorazione e il linguaggio -peraltro gi&amp;agrave; posta in evidenza nello studio sull&amp;rsquo;archivolto- due aspetti differenti dello stesso problema peraltro anch&amp;rsquo;esso mai affrontato dalla critica architettonica. Per metterci alla prova abbiamo anche fatto a meno del supporto fotografico cos&amp;igrave; come Leon Battista Alberti nel suo De re aedificatoria fece, rinunciando all&amp;rsquo;ausilio dei disegni: Secondo la tradizione la divinit&amp;agrave; di Mercurio si manifestava soprattutto in ci&amp;ograve;, che riusciva a farsi comprendere alla perfezione esprimendosi con sole parole e senza far segni con le mani. La stessa cosa cercheremo di fare noi per quanto possibile, pur dubitando di riuscire nll&amp;rsquo;intento.  Questo modo di affrontare lo studio dell&amp;rsquo;architettura ci ha portato lontani dalle conclusioni di Arnaldo Bruschi al quale tuttavia abbiamo attinto anche per verificare e provare l&amp;rsquo;attendibilit&amp;agrave; del nostro metodo. Su molti punti non ci siamo trovati concordi ma questo &amp;egrave; forse l&amp;rsquo;aspetto pi&amp;ugrave; interessante degli studi sull&amp;rsquo;architettura, mai conclusi ed anzi sempre in continuo divenire per l&amp;rsquo;apporto di nuovi contributi. Certo &amp;egrave; che il nostro fare architettura sotto certi aspetti si identifica con l&amp;rsquo;atto progettuale medesimo nel quale il Bruschi peraltro ha cercato di calarsi, senza per&amp;ograve; riuscirci appieno, trattando del metodo bramantesco, perch&amp;eacute; nella sua preparazione culturale, non ha trovato posto, prima di tutto, il concetto oggettivo di archivolto.  Non vogliamo in questa prefazione anticipare i nostri riscontri sull&amp;rsquo;analisi fatta dal Bruschi sul chiostro, per far presenti, in qualche modo, le nostre conclusioni, le quali saranno apprese dal lettore attento, pagina dopo pagina, sino al termine del discorso.  La fine di questo saggio, come si avr&amp;agrave; modo di leggere, dovrebbe portare a risultati comunque interessanti e speriamo, in questo caso, definitivi (ma &amp;egrave; solo un auspicio) perch&amp;eacute; il nostro lavoro intellettuale si &amp;egrave; anche differenziato da quello del Bruschi  per aver proposto una lettura dell&amp;rsquo;opera bramantesca lontana dagli schemi rigidamente accademici. Tuttavia non ci lasciano indifferenti le eccellenti opinioni -che in parte collimano con le nostre- sulle sue tesi espresse da Franco e Stefano Borsi nel loro lavoro su Bramante pubblicato per i tipi dell&amp;rsquo; Electa nel 19898. Prima di concludere questa prefazione al discorso riteniamo necessario commentare alcune descrizioni sul chiostro che ci sono servite prima di scrivere per mettere a fuoco nel dettaglio l&amp;rsquo;argomento, cos&amp;igrave; come &amp;egrave; stato affrontato da altri studiosi, peraltro quasi tutti debitori del Bruschi  anche quelli di recentissima pubblicazione.  Manfredo Tafuri, aderisce senza condizioni alla teoria dei quattro ordini proposta dal Bruschi. Invece ci stupisce assai la posizione espressa sul chiostro, che per&amp;ograve; chiama cortile, da Carlo Perogalli che pure abbiamo avuto modo di apprezzare come docente di Caratteri costruttivi dei monumenti, il quale nella sua Architettura italiana, non va al di l&amp;agrave; di una semplice citazione. Altri studiosi internazionali, invece, come Nikolaus Pevsner e Andr&amp;eacute; Chastel cadono in descrizioni generiche emotivamente poco partecipate. Tutti tentativi di sintesi di prestigiosi autori che tuttavia rimangono sterili in se stessi perch&amp;eacute; sappiamo che la sintesi &amp;egrave; frutto di ci&amp;ograve; che si conosce a fondo. Peraltro, anche gli ultimi scritti divulgativi sul chiostro non sfuggono dalla &amp;ldquo;regola&amp;rdquo; che pretende di descriverlo estrapoladolo dal suo insieme, ma nel contempo essi ci danno la misura di quanto sia complesso trasmettere l&amp;rsquo;architettura se non la si vive in prima persona: non basta quindi il prestigioso nome di Umberto Eco, come curatore dell&amp;rsquo;opera, per dar valore a quanto scrive (alla pagina 510), nel dodicesimo volume de Il Medioevo (2009) dedicato al Quattrocento. Arti visive e musica, per la Biblioteca di Repubblica-L&amp;rsquo;espresso Ferruccio Canali, il quale sostiene immotivatamente che le colonne alternate ai pilastri sono prive di ogni carico strutturale.  Pi&amp;ugrave; equilibrato secondo il nostro giudizio, il testo di Sonia Servida, nel nono volume di Storia dell&amp;rsquo;architettura dedicato al Rinascimento (2009) anch&amp;rsquo;esso per la Biblioteca di Repubblica-L&amp;rsquo;espresso, che ha curato i testi dell&amp;rsquo;intero volume, la quale, a pagina 79, afferma che l&amp;rsquo;opera bramantesca &amp;egrave; simmetrica e biassiale.   Facciamo solo notare che la colonnina, contrariamente a quanto &amp;egrave; stato scritto dal Canali, esercita invece una essenziale funzione portante e che i termini simmetrico e biassiale, per qunto concerne il testo della Servida, richiederebbero riflessioni pi&amp;ugrave; appropriate perch&amp;eacute; gli assi in realt&amp;agrave; sono negati dalla presenza  dei pilastri. Ma entrambe sono descrizioni di sintesi che si rifanno a contributi precedenti di altri autori come quello redatto da Stefano Borsi nel saggio test&amp;eacute; citato nella scheda relativa alla chiesa di Santa Maria della Pace.  Pur tuttavia tutto ci&amp;ograve; non pregiudica la bont&amp;agrave; dei progetti editoriali che si prefiggono di offrire ai lettori, non specialistici, un valido spaccato della cultura artistica non solo italiana.  Comunque i nostri benevoli rilievi non saranno mai equiparabili in negativo a quanto scrisse Bruno Zevi a proposito di Bramante, sul cui testo riportato non riteniamo di dover fare, per ovvi motivi, alcun commento, anche perch&amp;eacute; tanto basterebbe a rendere completamente inutile la nostra fatica, infatti egli sostiene che il Bramante, giunto a Roma, si trasforma da artista in impresario ricercando convulsamente modelli antichi cui aggrappare le proprie immagini mancando in lui un vero linguaggio tanto che abbonda un fare sordo, e perci&amp;ograve; non persuasivo.  (...).  </description>
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		<title>Una supplica al Sindaco di Roma Gianni Alemanno</title>
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		<description>Nel libro di Rinangelo Paglieri e Nadia Pazzini ROMA: NEL CHIOSTRO DEL BRAMANTE. L&amp;rsquo;archivolto negato. La (ri)scoperta del metodo, dedicato in modo assai inconsueto &amp;ldquo;A colui che ide&amp;ograve; con coerenza progettuale l&amp;rsquo;Arco di Augusto a Fano a duemila anni dalla  sua costruzione&amp;rdquo; ossia a quell&amp;rsquo;ignoto architetto romano che costru&amp;igrave; con coerenza del fare architettura un&amp;rsquo;opera emblematica, &amp;egrave; contenuta una supplica al Sindaco di Roma Gianni Alemanno &amp;ldquo;affinch&amp;eacute; si adoperi per far inserire il complesso architettonico di Santa Maria della Pace nei monumenti considerati patrimonio dell&amp;rsquo;umanit&amp;agrave;, visto che, dopo l&amp;rsquo;ormai lontano lamento (1970) di Cesare Brandi: &amp;ldquo;Vederci ora le automobili in sosta, &amp;egrave; una vergogna (&amp;hellip;). La piazza li contiene come calcoli dolorosi&amp;rdquo;, quei calcoli dolorosi sono stati finalmente rimossi.Oggi, in verit&amp;agrave;, la tendenza &amp;egrave; quella di proteggere oltre ai singoli monumenti, anche l&amp;rsquo;intero paesaggio storico urbano nel suo complesso. Entro il 2011, infatti, l&amp;rsquo;UNESCO auspica l&amp;rsquo;approvazione di una Carta sulla salvaguardia e il ruolo contemporaneo delle aree storiche come riportato da Lodovico Folin Calabi del Centro del patrimonio mondiale dell&amp;rsquo;UNESCO in un interessante articolo del Giornale dell&amp;rsquo;architettura del mese di ottobre 2009.E&amp;rsquo; proprio con questo desiderio che il saggio di Paglieri e Pazzini prende avvio con un incipit tratto  da uno scritto di Saverio Muratori: &amp;ldquo;Ci&amp;ograve; che si avverte della presenza di un&amp;rsquo;opera di vera architettura &amp;egrave; un fatto innegabile: il sentimento, l&amp;rsquo;emozione estetica. Per essa l&amp;rsquo;architettura diviene fatto che trascende gli interessi delle singole categorie degli architetti e dei critici e che vive della vita stessa di tutti gli uomini .</description>
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		<title>Il nuovo libro di Rinangelo Paglieri e Nadia Pazzini ROMA: NEL CHIOSTRO DEL BRAMANTE</title>
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		<description>Il nuovo libro di Rinangelo Paglieri e Nadia Pazzini ROMA: NEL CHIOSTRO DEL BRAMANTE. L&amp;rsquo;archivolto negato. La (ri)scoperta del metodo &amp;egrave; un coraggioso e intenso viaggio contro corrente nella vera architettura che fornisce le basi sicure per la progettazione architettonica contemporanea. E&amp;rsquo; un saggio sulla storia del fare architettura che dall&amp;rsquo;analisi delle opere del passato fa riscoprire il metodo  per una corretta progettazione, ossia realizzare &amp;ldquo;vere architetture&amp;rdquo;  capaci di far nascere &amp;ldquo;in noi quell&amp;rsquo;emozione estetica che, essendo fatto spirituale, esprime il senso umano dell&amp;rsquo;architettura&amp;rdquo;.Il libro &amp;egrave; suddiviso in tre capitoli preceduti da una premessa e seguiti da una postfazione.I capitoli sono stati concepiti secondo la logica dell&amp;rsquo;opera architettonica che si esplicita nella base di appoggio, nell&amp;rsquo;elevazione, che &amp;egrave; maggiormente percepibile e perci&amp;ograve; &amp;egrave; stata suddivisa in due parti, e infine nella definizione volumetrica a conclusione dell&amp;rsquo;individuo progettato.Scritto con uno stile tutto sommato fluido nonostante la complessit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;argomento trattato, il testo &amp;egrave; ricco di note usate non tanto per approfondire il discorso ma essenzialmente sia per citare le fonti  sia per dovere morale nei confronti degli autori di quegli scritti  scientifici e non ai quali Paglieri e Pazzini hanno attinto e dei quali si sono serviti ora per avvalorare le proprie tesi ora per confutare le loro, tutto comunque senza lo spirito di animosit&amp;agrave; che oggi si riscontra assai di frequente.Il libro fa parte della collana editoriale di Ennepilibri denominata npl-i grandi temi dell&amp;rsquo;architettura e si compone di 198 pagine, con prezzo di copertina di euro 14.90.Pu&amp;ograve; essere acquistato direttamente tramite il sito www.ennepilibri.it o con e-mail ennepilibri@tin.it  senza aggravi sul prezzo di copertina delle spese postali, oppure presso qualsiasi libreria che ne faccia richiesta alla casa editrice. Gli studenti universitari usufruiscono di uno sconto speciale del 20% se richiedono il testo direttamente a Ennepilibri.</description>
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		<title>NEL CHIOSTRO ROMANO DI SANTA MARIA DELLA PACE, opera del Bramante</title>
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		<description>Nell Chiostro del Bramante a Roma &amp;egrave; stata creata una a sede espositiva polifunzionale, come &amp;egrave; noto,  gestita da DART Societ&amp;agrave; nata proprio con lo scopo di programmare ed organizzare eventi culturali in questo importantissimo monumento nel cuore della capitale. Molte sono le mostre d&amp;#39;arte che vi vengono allestite ed inoltre la presenza della Caffetteria e del Bookshop consente momenti di pause cultarali significative. Ma ci sorge un dubbio e ci poniamo un quesito. Come mai i visitatori e le numerose  scolaresche  che vanno  a vedere le mostre allestite presso il chiostro di Santa Maria della Pace si trovano incanalate in un percorso innaturale ed anzi contromano secondo la scelta di chi ne ha autorizzato l&amp;rsquo;attuale destinazione d&amp;rsquo;uso a spazio espostivo, non temendo conto, anzi negando macroscopicamente, ci&amp;ograve; che Bramante, architetto del chiostro nel 1500, aveva ben immaginato secondo una precisa distribuzione degli ambienti e dei collegamenti dei due piani che non possono essere percorsi in maniera illogica come invece avviene di fatto? In questo modo si pu&amp;ograve; godere delle mostre ma non si ha modo di cogliere  questa architettura, una delle maggiori realizzazioni del Rinascimento, nella sua pi&amp;ugrave; profonda identit&amp;agrave;. L&amp;rsquo;ingresso antico funzionale ai collegamenti verticali e ai vari ambienti oggi &amp;egrave; invece usato come uscita! per i visitatori. E anche nei periodi in cui non sono presenti esposizioni  l&amp;#39;accesso avviene sempre dall&amp;#39;apertura creata in et&amp;agrave; barocca e non da quella originale progettata e realizzata da Bramante. </description>
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		<title>Esito del Concorso Nazionale Poesia in Notes di Ennepilibri</title>
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		<description>Sono stati decretati, a giudizio insindacabile della giuria, i nomi dei vincitori del Premio nazionale Poesia in notes sul tema L&amp;#39;uomo e il mare giunto quest&amp;#39;anno alla sua quarta edizione. bandito dalla casa editrice Ennepilibri.  Ecco i nomi dei vincitori ex-aequo: Mariagrazia Bugnella di Bordighera (Imperia), Renata Candido di Napoli, Vincenza Castaldo di Alassio (Savona), Patrizia Colaianni di Turate (Como), Mirella De Cortes di Ghilarza (Oristano), Dolores De Nigris di Portici (Napoli), Enzo Ferrari di Imperia, Ilenia Gasperin di Limana (Belluno), Daniela Manganaro di Avellino, Claudia Titone di Arma di Taggia (Imperia). Sono stati inoltre selezionati i seguenti poeti Alessandro Petrini di Sanremo (Imperia) con la poesia Fermo con gli occhi fissi nel vuoto, Stefania Raschill&amp;agrave; di Genova con la poesia Itaca, Isabella Saltarin Ubezio di Milano con la poesia Strano cammino, Stefania Signorello di Brescia con la poesia Il mio pensiero nel mare. Le poesie verranno pubblicate a cura e spese di Ennepilibri in un libro antologico.  </description>
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